La Ceramica

di Orvieto

A Orvieto l‘arte della ceramica ha origini antichissime. Nei due Musei archeologici della città – Il Museo Archeologico Nazionale e il Museo Claudio Faina – sono conservati numerosi reperti risalenti alle varie fasi della civiltà etrusca: ceramiche sia autoctone sia d’importazione attica che testimoniano quanto fosse ricca e fiorente l’antica Volsinii. E altrettanto ricca e attiva Orvieto appare, per quanto riguarda la produzione ceramica, nel Medio Evo, quando la città doveva essere, specie verso la zona dell’odierno quartiere medievale, un pullulare di fornaci. La scoperta dei reperti ceramici fu tardiva; solo a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, e soprattutto nella vera e propria febbre di recupero che si diffuse a Orvieto nel primo Novecento, varie campagne di scavo portarono alla luce sia le ceramiche etrusche che giacevano sotto gli strati del terreno, sia quelle medievali che a lungo erano rimaste nei butti scavati nel morbido tufo della rupe.

Verso la metà del XIII secolo a Orvieto e in alcuni centri limitrofi (Viterbo, Tuscania, Tarquinia), accanto alle ceramiche acrome da fuoco e a quelle invetriate o dipinte sotto vetrina, fecero la loro comparsa le prime ceramiche smaltate, convenzionalmente definite come “maiolica arcaica”.
 Da allora in poi i vascellari – così si chiamavano i ceramisti orvietani – si adoperarono costantemente ad affinare le tecniche di lavorazione, reiterando le forme e gli stilemi decorativi ricorrenti e usando, sul fondo biancastro dello smalto, i due soli colori che al tempo si ricavavano dai metalli: il bruno dal manganese e il verde dal rame. È il periodo in cui si afferma prima la tipica maiolica in bruno e verde su smalto bianco, arricchita da raffinatezze stilistiche e da forme e combinazioni iconografiche in cui si osservano uccelli, pesci, altri animali, bestie dalle teste umane, delicate figure femminili e maschili. E poi, alla fine del XIV secolo, la zaffera, che introduce il cobalto, e dunque le variazioni del blu, nella colorazione.

È un fatto che tra la fine del Duecento e la prima metà del Trecento i vascellari raggiunsero un livello qualitativo tale da portare la maiolica arcaica orvietana a un primato indiscusso, che divenne un modello per altri centri produttivi italiani. I ceramisti attingevano, insieme ad altri artigiani quali vetrai e mosaicisti, a uno stesso repertorio iconografico – geometrico, naturalistico o araldico – e la frequentazione del cantiere della cattedrale permetteva loro di osservare dettagli minuti che venivano reinterpretati e trasferiti su piatti e ciotole. Ancora oggi l’osservatore attento potrà rintracciare, nei moderni stilemi degli artigiani più vicini all’antica tradizione medievale, motivi che ricorrono nelle decorazioni delle parti minori del Duomo. Nessun artigiano rinunciava però alla propria inventiva, e il risultato più significativo dell’arte dei vascellari si ha, in questo senso, quando inizieranno ad applicare sui boccali di maiolica le decorazioni a rilievo, tecnica quasi naturalmente suggerita dalla plasticità dell’argilla, o forse da ritrovamenti di ceramiche etrusche che presentavano elementi simili. In ogni caso i manufatti così caratterizzati diventeranno oggetti tipici della maiolica arcaica prodotta a Orvieto nel XIV secolo e, come altri semplicemente dipinti, saranno presi a modello nei centri vicini.

Per vario tempo si è pensato che la produzione orvietana autoctona si fermasse alla fine del Trecento, così che ogni reperto di epoca successiva veniva considerato d’importazione. Ma i ritrovamenti affiorati nei sotterranei di Via della Cava e il grande forno del Quattrocento, dimostrano come nell’officina fosse possibile realizzare maioliche a lustro, riconducendo alla città di Orvieto produzioni che, prima di questa testimonianza, si ritenevano importate. E se è indiscusso che la produzione orvietana raggiunse i più alti livelli nel Trecento, le maioliche di questa straordinaria collezione mostrano come, pur superata da Faenza e Deruta nel Quattrocento e nel Cinquecento, oltre che costante sia rimasta comunque di altissima qualità.

A partire dal Seicento l’arte ceramica viene appannata dall’interesse per la porcellana e dal fiorire, in Italia e in Europa, di varie e prestigiose manifatture dedicate a questa fabbricazione. Ma continua a vivere, accanto all’arte della terracotta, per lavorazioni più quotidiane finché, nei primi anni del Novecento, il fervore di ricerche e la diffusione di una vera e propria ‘febbre del pozzo’ che interessa il territorio di Orvieto, fa riscoprire con grande enfasi la maiolica arcaica, fornendo le basi per i primi seri documenti di studio e per il rifiorire della produzione ceramica. E se molti pregevoli pezzi di maiolica orvietana si disperdono, in assenza di adeguate tutele, in varie collezioni d’Italia e del mondo (è solo del 1909 la legge 364/1909 che introduce il concetto di non replicabilità dell’opera d’arte e afferma, per la ceramica non seriale, questo stesso status), il collezionista-antiquario Alexandre Imbert, impegnato in scavi e acquisti a Orvieto nel1908, ha l’indubbio merito di affidare al giovane studioso e archeologo orvietano Pericle Peraliprima una ricerca d’archivio, poi la stesura di un volume in 4° di 44 pagine e 14 tavole – “Ceramiche orvietane dei secoli XIII e XIV. Note su Documenti” – che non solo costituisce un catalogo ragionato della sua preziosa collezione, ma consente al Perali di riferire al 1211 il primo vascellaro orvietano, permettendo così di datare la ceramica orvietana come la più antica tra le altre note dell’epoca medievale.

Nel rinnovato fervore, è proprio Pericle Perali a fondare a Orvieto, nel 1920, la manifattura per la produzione di ceramiche “Arte dei Vascellari”, la cui direzione artistica viene affidata, nel 1921, al pittore e ceramista Ilario Ciaurro. Nel 1924 Perali lascia la ditta a Ciaurro, che nel 1928 ne modifica la ragione sociale in “Fabbrica di Ceramiche Artistiche Ilario Ciaurro” e ne consegna la direzione ad Angelina Suadoni, che la conduce fino al 1937, anno della chiusura. Ricollegandosi all’antica tradizione, Ilario Ciaurro rinnova i fasti della ceramica medievale con nuove iconografie e modalità stilistiche, aprendo la strada a quella prospettiva di rivisitazione storicistica e di innovazione che ancora oggi caratterizza l’arte dei ceramisti orvietani.

tra la fine del Duecento e la prima metà del Trecento
i vascellari raggiunsero un livello qualitativo tale
da portare la maiolica arcaica orvietana a un primato indiscusso

Accanto alla ceramica non va dimenticata l’arte della terracotta, che dalla stessa materia argillosa ha sempre ricavato, fin dall’antica civiltà etrusca, elementi architettonici (vedi ad esempio le antefisse del Tempio del Belvedere conservate al Museo Civico “Claudio Faina”), oggetti decorativi e d’uso, manufatti edilizi che concorrono alla bellezza e all’armonia del tessuto urbano e del paesaggio orvietano.

Passeggiando per le suggestive vie di Orvieto incontrerete gli artisti artigiani di oggi che saranno lieti di ricevervi nelle loro botteghe o nei loro laboratori. Li troverete, spesso, intenti nell’arte del tornire o del decorare, immersi in una passione antica che, come tutti i mestieri artistici, non è facile né rinnegare né tramandare. Potrete ammirare, innovate e reinventate, le innumerevoli forme create dalla loro sensibilità e dalla loro personale visione. Quelle intramontabili di ieri – tazze, tazzine, piatti, ciotole, bicchieri, truffette, boccali, panate – o quelle, non meno affascinanti, dei souvenir dell’oggi: una colorata bambola, una campanella, un porta candela o una palla di Natale, un originale gioiello, una misteriosa maschera o un fragile castello. E quant’altro l’arte dei moderni maestri orvietani riesce a ideare per soddisfare la propria inventiva e i gusti del moderno mercato. Non rinunciate ad acquistare un oggetto in ceramica originale orvietana, è un “Must” per tutti i gusti e per tutti i costi che, fra le molte possibilità di souvenir, fa assolutamente e intensamente “Orvieto”! Con le nostre coordinate non faticherete a riconoscerlo tra le altre ceramiche umbre (Deruta, Gubbio, Gualdo Tadino), che potete comunque trovare in alcuni negozi della città.

E se avete tempo e siete voi stessi appassionati apprendisti dell’arte ceramica, dedicatevi a uno stage in qualche laboratorio. Non ve ne pentirete.

In tempi rapidi e mutevoli come quelli attuali, è nei gesti antichi delle sue botteghe artigiane che Orvieto conserva il carattere lento e laborioso di una volta. E se San Giuseppe Patrono non è a caso il protettore di artigiani e lavoratori, non è un semplice “fare”, quanto piuttosto un “saper fare”, quello che muove le mani di un popolo a cui molti riconoscono il dono dell’ingegno e un vivace estro creativo.

Artigianato

In tempi rapidi e mutevoli come quelli attuali, è nei gesti antichi delle sue botteghe artigiane che Orvieto conserva il carattere lento e laborioso di una volta.

Arte del Merletto

L’origine della nobile arte del merletto di Orvieto risale al giugno del 1907, quando fu costituita una società di Patronato per le donne del popolo.

Arte Orafa

A Orvieto la tradizione dell’arte orafa è antica e può coniugarsi, simbolicamente, alle antichissime espressioni dell’oro degli Etruschi, che trovano nuovo alito nei gioielli degli artigiani di oggi.

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