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in orvieto

Area archeologica del Porto di Pagliano

Sito archeologico di Pagliano

Di origine etrusca, Orvieto presenta emergenze archeologiche risalenti soprattutto a questa antica civiltà, che interessò l'acrocoro fin dall'VIII secolo a.C. e raggiunse il massimo splendore tra il VI e il IV secolo a.C.. Distrutta e saccheggiata dai Romani nel 264 a. C, della civiltà romana Orvieto presenta poche ma interessantissime tracce: i resti emersi dalle ricerche archeologiche del Fanum Voltumnae in località Campo della Fiera, visitabili solo in periodo di campagna di scavo (generalmente fine luglio/agosto) e, soprattutto, il sito archeologico di Pagliano, in località Corbara, che raggiungibile con visita guidata costituisce la testimonianza più importante della presenza romana sul territorio orvietano. Il luogo deve il toponimo al vicino fiume Paglia, le cui acque si uniscono in questo punto a quelle del fiume Tevere incrementandone la portata. Se l'archeologia vi interessa, la visita si rivelerà oltremodo affascinante, anche per la miriade di vicissitudini e di ipotesi che hanno contraddistinto questa vasta area (8.000 mq circa), che si propende ormai per identificare, nel quadro delle relazioni commerciali fra l'Etruria centro-settentrionale e Roma, con un impianto portuale al centro di un ampio bacino intensamente abitato e con forti potenzialità produttive ed economiche. I ritrovamenti inducono a pensare che il porto fluviale fosse attivo tra il I secolo a.C. e il IV d.C., per almeno cinque secoli. Se volete approfondire l'epoca romana, potete completare il vostro giro anche con un'escursione nel vicino territorio di Baschi, dove è possibile visitare, durante l'intero arco dell'anno, l'Antiquarium e lo scavo delle fornaci romane di Scoppieto.

Le prime scoperte di materiali di interesse archeologico nel sito di Pagliano risalgono al 1888, quando la Banca Romana, proprietaria della tenuta agricola di Corbara, organizzò lavori di sterro nei terreni dell'azienda alla ricerca di acqua. I primi scavi di cui si ha notizia vennero realizzati dal dicembre 1889 al novembre 1890 dall'ingegnere e archeologo Riccardo Mancini e permisero di scoprire circa 70 ambienti, di cui solo 28 furono indagati a fondo e descritti nei rapporti di scavo che il Mancini fece pervenire alla Soprintendenza all'Arte Antica d'Etruria. Nei rapporti, tra materiali di diversa natura, il dato più significativo è quello del ritrovamento di oltre 2500 monete collocabili fra la seconda metà del I sec. a.C. e il periodo post-costantiniano. Le costruzioni indagate, in opus reticulatum e opus incertum, fanno supporre la realizzazione di diversi restauri, riutilizzi e ampliamenti risalenti a varie epoche, finché la sopravvivenza del sito venne compromessa da incendi e depredazioni attestati in diversi punti.

I lavori di sterro furono bruscamente interrotti nel novembre del 1890, a causa del fallimento della Banca Romana. Successivi scavi vennero eseguiti, in forma clandestina, da Amilcare Manassei, amministratore dell'azienda agricola che subentrò alla banca. Condotti senza criteri sistematici portarono alla luce una serie di materiali, di cui non si conosce né l'entità né la quantità, che vennero utilizzati per abbellire la villa del Manassei nei dintorni di Orvieto. Nel 1925 vennero realizzati, per conto della Soprintendenza di Firenze, lavori di ripulitura delle strutture e degli ambienti emersi, senza tuttavia procedere a studi integrativi. Poi, per buona parte del XX secolo, Pagliano venne lasciato nel più totale abbandono e addirittura danneggiato, intorno al 1960, dai lavori dell'Autostrada del Sole, fino a quando, a partire dall'anno 2000, la Soprintendenza per i Beni archeologici dell'Umbria riprese in gestione il sito, effettuando lavori di ripulitura e restauro delle strutture e nuove indagini.

Nel 2000 gli scavi dell'area sono ripresi e dal 2002 vi si tiene un campo scuola organizzato dalla Scuola di Etruscologia e Archeologia dell'Italia Antica, un'istituzione nata per volontà della Fondazione per il Centro Studi "Città di Orvieto" e della Fondazione per il Museo "Claudio Faina". Il campo scuola, diretto dal Dott. Paolo Bruschetti, si svolge d'intesa con la Soprintendenza per i Beni Archeologici dell'Umbria e con il contributo dell'Azienda Agricola "Tenuta di Corbara", di proprietà della Famiglia Patrizi. Le campagne di scavo susseguitesi a partire dal 2002 hanno visto come protagonisti studenti e laureati provenienti da diverse Università italiane e hanno interessato un'area individuata ma non scavata dai ricercatori ottocenteschi e nuove propaggini del sito. Le indagini hanno consentito di riportare alla luce i piloni del molo sull'antico alveo del Tevere e una cabaletta molto ben conservata, insieme a numerose monete riferibili all'età augustea e a quella costantiniana. E sono proprio questi significativi ritrovamenti che hanno permesso anche una più precisa datazione. La fine della frequentazione del luogo, infatti, può essere ragionevolmente collegata con l'afflusso nella zona dei Visigoti di Alarico che stavano dirigendosi verso Roma, assediata e conquistata nel 410. Non vi sono infatti tracce archeologiche successive, mentre la presenza di monete tarde e di ceramica sigillata chiara portano fino a questa cronologia.

Quanto alla destinazione del sito vi sono numerosi elementi che possono confermare che si è di fronte a un impianto portuale di rilievo, con annesse strutture per l'immagazzinamento e la trasformazione delle materie prime e con una serie di elementi architettonici collaterali, come la possibile presenza di un luogo sacro. Le numerose macine, ad esempio, specifiche per natura e tipologia dell'ambiente volsiniese (le molae versatiles rammentate da Plinio) confermano un'intensa attività sia produttiva che molitoria. Il ritrovamento di molti pesi da telaio testimonia la presenza di manifatture tessili, ben declinabili con l'attività di uno scalo fluviale. La quantità elevata di monete rinvenute anche nelle ultime fasi di scavo si concilia correttamente, infine, con l'attività commerciale e di gestione che con ogni probabilità si svolgeva nell'impianto.

L'area dopo l'alluvione del 2012 che ha colpito il territorio orvietano non è più visitabile

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