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Una piccola città una grande storia

Piazza del PopoloAddentrarsi nella storia della città di Orvieto significa compiere un viaggio a più dimensioni, un'esplorazione dei suoi diversi strati che sono storici, culturali, geologici, antropologici partendo da un dato che per i tanti viaggiatori, studiosi, eruditi, ricercatori che l'hanno incontrata e descritta è rimasto indelebile: la sua forma. Quel "sasso che si erge verso le nubi al cielo" (Saxum per nubila coeli surgit) cantato da un poeta orvietano del Duecento, Mastro Mechoro, rimane per sempre nell'immaginario del visitatore a designare quella che, con una delle definizioni più felici e suggestive, è stata chiamata "la città alta e strana" (Fazio degli Uberti, Dittamondo, 1350-1360).

La forma della Rupe, un masso tufaceo scagliato nel corso delle imponenti eruzioni vulcaniche che hanno dato origine anche al lago di Bolsena, deve avere impressionato i primi italici che percorrevano la penisola alla ricerca di luoghi sicuri dove insediarsi. Il vasto acrocoro pianeggiante, reso inaccessibile dalle aspre rupi che lo delimitano, posizionato in un crocevia naturale invidiabile e favorevole agli scambi tra Nord e Sud, dopo l'insediamento di una prima comunità villanoviana intorno al IX secolo a.C, divenne il luogo eletto dagli Etruschi per l'edificazione di una delle più fascinose e ricche città della loro straordinaria cultura: Velzna, Volsinii per i Romani, che si sviluppò a partire dal VII secolo, raggiunse l'apice nel VI-V secolo, svolse un ruolo primario all'interno della Dodecapoli etrusca, divenendo sede del luogo sacro delle popolazioni dell'Etruria, il Fanum Voltumnae, oggi al centro di scavi di grande interesse.

La città etrusca intreccia la sua grandezza con la sua tragica fine, quando nel 264 a.C., anche in virtù delle divisioni interne, cadde nelle mani dei Romani che non si limitarono a conquistarla, ma la rasero al suolo e ne deportarono gli abitanti nella vicina Bolsena (Volsinii novi), saccheggiandone le ingenti ricchezze. Chi cerchi di immaginare quale fosse allora la struttura urbanistica in base a un percorso che si snoda attraverso i pochi e più importanti resti, capirà subito la peculiarità di una città a più dimensioni: la vasta superficie orizzontale dove si distribuivano abitazioni, monumenti, edifici sacri; le profondità delle viscere della rupe, dove si susseguivano cunicoli, gallerie, pozzi alla costante ricerca dell'acqua; e infine l'anello ai suoi piedi, lungo il quale si collocava la "città dei morti", la necropoli affiorata nel corso di lunghe campagne di scavo, che ci offre un impianto urbanistico di eccezionale leggibilità.

Velzna vivrà poi una lunga decadenza fino a quando, nel III secolo d.C., in piena crisi dell'Impero Romano, la stessa Volsinii/Bolsena viene devastata e alcuni suoi abitanti ritornano sulla rupe orvietana a sancire il legame che da sempre, fino ai nostri giorni, si è stabilito tra le due realtà.

Con le invasioni barbariche dei Goti e dei Longobardi, la rupe torna lentamente a essere abitata a partire dal versante Ovest, in corrispondenza della prima e più antica via di accesso (Porta Maggiore); lungo l'asse dell'antico decumano, comincia a svilupparsi quel nucleo che darà luogo, nel corso di circa tre secoli, al fiorire della città medievale. Urbs Vetus (già Ourbibentos nella descrizione dell'assedio di Orvieto di Procopio da Cesarea, VI secolo) è ormai il suo nome e dal 1137, data che documenta l'istituzione del Comune, attraverso tutto il secolo successivo Orvieto diviene una roccaforte guelfa dell'Italia centrale, combatte contro i fuoriusciti ghibellini e gli imperatori svevi, estende la sua giurisdizione dal Monte Amiata a Orbetello; si creano in città le massime istituzioni, dal Consiglio dei Quattrocento (1215) alla figura del Capitano del Popolo (1250), alla Magistratura dei Signori Sette (1292). Si assiste contemporaneamente a una straordinaria stagione di sviluppo demografico, edilizio e urbanistico, con l'inserimento dei numerosi complessi conventuali lungo il perimetro della rupe e con la costruzione dei maggiori edifici civili e delle chiese, che culmina, nel 1290, con l'avvio della costruzione del Duomo. Si calcola che alla fine del 1200 la città contava, tra chiese, monasteri e conventi, ventisei insediamenti religiosi; tutti i più importanti ordini monastici vi erano rappresentati: Francescani, Agostiniani, Domenicani, Servi di Maria.

Il potere comunale è tuttavia destinato a indebolirsi a causa delle continue lotte fratricide fra le due famiglie che dominano la città: "Vieni a veder Montecchi e Cappelletti,/ Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura:/ color già tristi, e questi con sospetti!" Così Dante Alighieri, nel Canto VI del Purgatorio, testimonia dell'importanza della città nel panorama italiano, ma anche dell'eco delle sanguinose vicende che intercorrevano tra i guelfi Monaldeschi e i ghibellini Filippeschi: le numerose torri vicendevolmente abbattute, le confische dei beni, le persecuzioni, a cui si sovrapponevano, con l'alterna presenza dei papi a Orvieto, contese religiose e il diffondersi delle eresie. Tra i pontefici spicca la figura di Bonifacio VIII, che procede contro la città con scomuniche e interdetti per ridurla all'obbedienza. La ottenne, fino a essere nominato capitano del Popolo, fino ad avviare la costruzione del Palazzo Papale (Palazzo Soliano) e a far porre due sue statue al di sopra delle porte più importanti della città: Porta Maggiore e Porta Postierla. Così ne parla Pier Paolo Pasolini ne "Le Ceneri di Gramsci": "il busto di Bonifacio/ prossimo a farsi polvere, difeso/ da barocca altezza nella medievale/ nicchia della muraglia".

Nel corso del Trecento il potere comunale si indebolisce sotto le Signorie dei Monaldeschi, a causa delle divisioni interne tra i quattro rami della famiglia, mentre sulla popolazione, già duramente provata, si abbatte il terribile flagello della peste del 1348. Alle alterne e drammatiche turbolenze pone fine l'arrivo del cardinale Egidio Albornoz: a lui vengono consegnate le chiavi della città, che dal giugno 1354 perde la sua autonomia, per poi venire annessa allo Stato della Chiesa, sotto cui resterà fino al 1860.

In questa stagione domina sulla rupe la verticalità, l'imponenza delle chiese romanico-gotiche e delle torri andate in gran parte distrutte, e svetta arditamente quella che diventerà l'immagine di Orvieto nel mondo: il Duomo, definito "Giglio d'Oro" delle Cattedrali. Nel ventre sotterraneo della città, invece, continua a brulicare una vita invisibile che utilizza il labirinto dei cunicoli, delle cantine e dei butti, delle cisterne e dei pozzi come approvvigionamento della preziosa acqua di cui da sempre la città temeva la penuria. Nel 1527 il Papa Clemente VII, rifugiatosi a Orvieto durante il sacco di Roma, fa realizzare dal grande architetto Antonio da Sangallo il Giovane il celebre Pozzo della Rocca, poi chiamato di San Patrizio, che con un arduo sistema di scale concentriche raggiungeva le falde acquifere del fiume Paglia. Il pozzo, da subito riconosciuto come una delle "tre meraviglie di Orvieto", non servì mai allo scopo per cui era nato e Clemente VII morì prima di poterlo vedere concluso.

La stabilità politica del Papato portò anche a Orvieto, dove risiedettero molti pontefici, un periodo di relativa pace e di rinnovato vigore artistico e architettonico, anche grazie alla presenza di personalità di spicco come Ippolito Scalza, geniale architetto e scultore, di cui sono testimonianza pregevoli e importanti palazzi e sculture di grandissimo valore all'interno del Duomo.

Dopo questa temporanea ripresa economica, sociale e culturale, Orvieto torna a essere una piccola e tranquilla città di provincia: nessuna attività propriamente politica, una modesta economia fondata sull'agricoltura, un comune amministrato da "nobili e cittadini" che sembra perdere vivacità e vigore artistico. Il Seicento è tuttavia un'epoca che segna il rinnovamento in forme barocche di diverse chiese antiche - San Giovanni, Sant'Agostino, la Madonna della Cava - e la costruzione ex novo di altre. Basti pensare che, come testimoniato dalla Pianta di Orvieto del Sanvitani (1662), la città contava ben 60 edifici religiosi tra parrocchie, chiese, conventi, monasteri e confraternite, a fronte di una popolazione di soli 5.200 abitanti! Emerge in questo periodo la figura del grande scultore Francesco Mochi, a cui si deve il meraviglioso gruppo dell'Annunciata che oggi si può ammirare, insieme ad altre notevoli statue, nel complesso museale di Sant'Agostino, mentre in pittura un pregevole contributo alla città viene dato da Salvi Castellucci di Arezzo, allievo di Pietro da Cortona, con il bellissimo ciclo di affreschi dedicato alla vita di San Giovanni Battista nell'Oratorio della Misericordia di San Giovanni Decollato, che era sede dell'omonima Confraternita istituita a Orvieto nel 1556. È poi degna di nota, nel corso del secolo, l'attività teatrale che faceva capo all'Accademia dei giovani Nobili (o Scemi o Confusi), divenuta Accademia dei Misti o della Fenice in onore della regina Cristina di Svezia, che svolgeva la propria attività nel teatro costruito nel salone superiore del Palazzo del Popolo; nonché un proliferare di studi e ricerche di eruditi che si distinsero nella storia, nella poesia e nel diritto. Personaggi come Febei, Marabottini, Coelli, Clementini - di cui resta memoria nella toponomastica orvietana delle vie, delle piazze e dei palazzi - fondatori di Accademie e Biblioteche, rimangono a testimonianza di un periodo comunque ricco di fermenti culturali per la piccola città.

Per tutto il Settecento, fino alla Rivoluzione francese, Orvieto segue le sorti di una qualsiasi cittadina dello Stato Pontificio e, dal punto di vista culturale e artistico, non ci sono note di rilievo, tranne gli interventi di restauro di alcune chiese e dei mosaici della Cattedrale, e la presenza a Orvieto dell'architetto Valadier, che porta a compimento le guglie del Duomo e interviene in alcune dimore private. All'arrivo dei Francesi, che nel 1798, all'indomani della Rivoluzione, insediano in Orvieto una Municipalità provvisoria, risponde una sommossa del popolo orvietano, che li vuole cacciare; ma l'esercito francese il 15 aprile entra in città, soffoca la sommossa e fa erigere l'Albero della Libertà in Piazza Maggiore.

In età napoleonica, Orvieto, "capitale del territorio d'Orvieto", costituisce prima un Cantone nel Dipartimento del Cimino nella Repubblica Romana (1798), poi del Circondario di Todi nel Dipartimento del Trasimeno (1809). Nel 1816 torna a far parte dello Stato Pontificio come sede di Governo distrettuale della Delegazione di Viterbo.

Nel 1860 i volontari orvietani e umbri comandati dal colonnello Masi, detti "Cacciatori del Tevere", costringono le truppe pontificie del presidio orvietano alla resa e le inseguono fino a Viterbo. Orvieto riesce a ottenere l'annessione al costituendo Regno d'Italia e diventa un fervido centro del movimento nazionale risorgimentale. Animatore e organizzatore dei volontari fu Filippo Antonio Gualterio, politico e uomo d'azione, poi senatore e ministro dell'Interno.

La vita culturale nell'ultimo ventennio del XIX secolo è caratterizzata dall'attività dell'Accademia La Nuova Fenice, dai fondamentali studi storici e artistici di Luigi Fumi e dai grandi restauri condotti nel Duomo e nei palazzi medievali da Paolo Zampi. Da segnalare, all'interno della Rocca dell'Albornoz, la costruzione di un anfiteatro per la corsa dei cavalli e l'avvio della costruzione del nuovo Teatro che, progettato dall'architetto Vespignani, fu inaugurato nel 1866 e intitolato a Luigi Mancinelli, compositore e direttore d'orchestra orvietano, figura di spicco nel panorama musicale dell'Ottocento.

Nel 1888 la città venne dotata, a opera del sindaco Giuseppe Bracci, di una funicolare ad acqua che collegava la stazione ferroviaria con Piazza Cahen, mentre a fine secolo l'ingegnere Aldo Netti porta in città l'energia elettrica con un nuovo impianto di moderna concezione. Negli stessi anni il conte Eugenio Faina trasferisce da Perugia a Orvieto la sua ricca collezione archeologica nello splendido palazzo prospiciente il Duomo, tuttora sede del prestigioso Museo Claudio Faina; contemporaneamente iniziano gli scavi della necropoli etrusca del Crocefisso del Tufo: si saldano così, alla fine dell'Ottocento, le vocazioni culturali e artistiche della città in un legame indissolubile con il glorioso passato etrusco e con un salto nella modernità.

Nel primo Novecento vengono costruite le due grandi caserme Piave e Monte Grappa che, con il costante e assiduo passaggio delle reclute di militari, garantiscono per molti anni, insieme al cosiddetto terziario, il ciclo economico della città. Ancor prima di essere abbandonata dall'esercito, Orvieto tenta un balzo in avanti negli anni '80 e decolla verso una nuova economia in cui turismo, cultura e qualità della vita diventano motori di cambiamento e di benessere. Attraverso il "Progetto Orvieto", realizzato con i finanziamenti di una serie di leggi speciali votate dal Parlamento nazionale e da quello europeo, si attua una vasta opera di riqualificazione. È in questi anni che, insieme alle opere di bonifica e di consolidamento della rupe, molti edifici storici vengono ristrutturati e rifunzionalizzati, per essere messi a disposizione della vita culturale e sociale della città. Grazie a questa recente riconversione, Orvieto si presenta ancora oggi come un luogo ideale per il viaggiatore attento che desidera assaporare un'esperienza ricca di suggestioni e sollecitazioni.

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