Il Merletto

di Orvieto

L’origine della nobile arte del merletto di Orvieto risale al giugno del 1907, quando fu costituita una società di Patronato per le donne del popolo, con lo scopo di offrire loro l’opportunità di un modesto guadagno occupando le ore libere dalle faccende domestiche o dalle eventuali attività agricole in un lavoro decoroso e non troppo faticoso. L’idea, lanciata dal Senatore Conte Eugenio Faina, fu realizzata grazie a suo figlio Claudio, che assegnò un fondo alla figlia Maria Vittoria e alle nobildonne Eugenia Petrangeli e Paolina Valentini perché lo destinassero a un lavoro semplice, ma anche pregevole, che le donne potessero svolgere a domicilio.

La scelta delle patronesse cadde sul merletto di filo d’Irlanda, che oltre a creare effetti artisticamente suggestivi presentava, sul piano tecnico, l’opportunità di suddividere la lavorazione di uno stesso manufatto tra più operaie. Sin dall’inizio, in ogni caso, l’Irlanda acquistò delle caratteristiche tipicamente orvietane e il Patronato prese il nome di “Ars Wetana”, denominazione che intendeva testimoniare il livello artistico di nobile ars e, al tempo stesso, le peculiarità locali espresse dai manufatti che venivano creati e diffusi. L’ornato riprendeva, per lo più, motivi tratti dai bassorilievi del Duomo: foglie di edera, acanto e vite, fiori, uva, forme geometriche, uccelli e altri animali. La bellezza dell’ornato a rilievo era poi esaltata, con particolari accorgimenti, dalla stiratura, che ancor più richiamava i bassorilievi della cattedrale.

Per volontà dei fondatori il Patronato doveva avere esclusivamente un fine di beneficenza e di assistenza verso le operaie e le loro famiglie; infatti, tolte le spese, tutto il ricavato andava a beneficio delle lavoratrici, che avevano anche un’assicurazione per l’invalidità e la vecchiaia e sussidi fissi nelle malattie e nei puerperi. A testimoniare tutto ciò è il testo dello Statuto della società, che pur non essendo quello originale, andato perduto durante la seconda guerra mondiale, ma quello redatto sotto la Presidenza del Commendator Giuseppe Bigi nel settembre del 1950, rispecchia con fedeltà gli scopi e lo spirito originari.

A pochi mesi dall’istituzione del Patronato le operaie, che andavano specializzandosi nella manifattura di motivi ricorrenti, aumentarono di numero in modo così sensibile che, per presiedere l’attività, fu scelta un’altra patronessa, la Signora Clementina Muzi, e per coordinare e dirigere il lavoro furono assunte due coordinatrici. Dai rendiconti e dai verbali delle riunioni redatti nel corso degli anni si ricavano interessanti notizie sulla vita dell’Ars Wetana, particolari importanti che in qualche modo rimandano indirettamente anche alla vita della città. Così, ad esempio, dal rendiconto del periodo luglio 1909 – giugno 1910 si evince che al terzo anno di attività la committenza era ancora quasi tutta privata “essendo riusciti infruttuosi i tentativi di vendita a negozianti e case di moda”, ma i risultati superavano comunque le aspettative e “il tentativo di mettersi in relazione con negozianti e case industriali” cominciava a dare i suoi frutti, mentre le ordinazioni dei privati crescevano, grazie anche all’esposizione dei prodotti nei grandi alberghi e nella sede della società a Roma.

Con la seconda guerra mondiale si ebbe, come in ogni campo, un ristagno del lavoro, ciò nonostante l’Ars Wetana continuò a funzionare e alla fine del conflitto riprese più intensamente la sua attività, tanto che venne ampliato il numero dei componenti del Consiglio di Patronato. Si cominciava tuttavia a lamentare, già dagli anni ’50, il problema della concorrenza privata: i merletti in circolazione erano aumentati considerevolmente e, seppure in certi casi non raggiungessero il grado di precisione e di rilievo artistico di quelli dell’Ars Wetana, risultavano competitivi sul piano dei prezzi per i minori costi di produzione. La vera crisi si ebbe tuttavia negli anni ’60, quando molte donne rinunciarono a lavorare il merletto preferendo occupazioni economicamente più vantaggiose.

Le condizioni storico-sociali che avevano favorito la nascita e lo sviluppo dell’Ars Wetana erano profondamente cambiate. La donna, un tempo impegnata solo nei lavori casalinghi e nelle attività agricole, aveva fatto del lavoro a domicilio un’occasione per contribuire al bilancio domestico; mutate quelle condizioni, l’arte del merletto non potè reggere al confronto economico con altri impieghi e mestieri. Il reperimento di nuove leve da formare si rese pertanto quasi impossibile nel decennio 1960/70 e l’Ars Wetana cessò di esistere come società e divenne azienda privata. Nel 1974, infatti, il Consiglio deliberò la cessione dell’attività all’allora direttrice Signorina Clara Paragiani che, impegnandosi tra molte difficoltà, soprattutto per la carenza di personale specializzato, riuscì tuttavia, per alcuni anni ancora, a tenere in vita l’Ars Wetana, mantenendola a un livello artistico degno della sua tradizione. Altre due figure significative di questa preziosa forma di artigianato sono state Luisa Geremei Pettinelli e Maria Luigia Moretti, che con la loro perizia e la loro creatività hanno contribuito ad arricchire notevolmente le possibilità espressive di quest’arte.

Oggi sono davvero poche le artigiane che mantengono viva e cercano di tramandare, tra non poche difficoltà, questa nobile e raffinata tradizione. È davvero un’esperienza unica incontrarle nelle botteghe che vi segnaliamo, e un’esperienza ancora più particolare concedersi un laboratorio di formazione con loro.

La lavorazione del merletto di Orvieto è infatti piuttosto complessa. Come primo step si esegue su tela il disegno del lavoro che si vuole realizzare; poi, con filo di cotone sottilissimo (n°100 ) e un altrettanto sottile uncinetto (0,6) con maglie basse, maglie alte e un cordone di sostegno si realizza il particolare disegno all’uncinetto chiamato “ornato”. A seguire, la parte centrale del centro viene riempita con esagoni a uncinetto chiamati “tondini”, uniti tra loro con un fondo detto “a tulle”, mentre l’ornato e la parte centrale sono uniti con altri tipi di fondo, denominati “girato” o “a stanghe”. L’ultima e importante fase di realizzazione è la stiratura, che si fa con dei ferri particolari che permettono di rialzare l’ornato e di ottenere quello straordinario effetto a sbalzo che è tipico di questa lavorazione.

Va da sé che un manufatto così realizzato può essere, a seconda delle dimensioni e del tipo di ornato, anche molto costoso, ma è possibile trovare piccoli e preziosi oggetti a prezzi più che accessibili: in pratica si va dai cinque semplici euro che più o meno tutti si possono permettere a cifre che possono raggiungere migliaia di euro. Inutile dire che, grande o piccolo che sia, un acquisto di questo genere rappresenta un lussuoso e raffinato ricordo di Orvieto.

In tempi rapidi e mutevoli come quelli attuali, è nei gesti antichi delle sue botteghe artigiane che Orvieto conserva il carattere lento e laborioso di una volta. E se San Giuseppe Patrono non è a caso il protettore di artigiani e lavoratori, non è un semplice “fare”, quanto piuttosto un “saper fare”, quello che muove le mani di un popolo a cui molti riconoscono il dono dell’ingegno e un vivace estro creativo.

Artigianato

In tempi rapidi e mutevoli come quelli attuali, è nei gesti antichi delle sue botteghe artigiane che Orvieto conserva il carattere lento e laborioso di una volta.

Arte della Ceramica

A Orvieto l‘arte della ceramica ha origini antichissime. Nei due Musei archeologici della città sono conservati numerosi reperti risalenti alle varie fasi della civiltà etrusca

Arte Orafa

A Orvieto la tradizione dell’arte orafa è antica e può coniugarsi, simbolicamente, alle antichissime espressioni dell’oro degli Etruschi, che trovano nuovo alito nei gioielli degli artigiani di oggi.

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