Chiese e Monasteri,

un Anello di Santità

Per chi volesse addentrarsi nelle pieghe più segrete della rupe consigliamo questo suggestivo itinerario a piedi: una sorta di anello di santità che cinge Orvieto e che oggi risulta più celato del tempo in cui Gabriele D’Annunzio così scriveva nel Trionfo della Morte: “Orvieto… Ecco qui la pianta di Orvieto: monastero di San Pietro, monastero di San Paolo, monastero del Gesù, monastero di San Bernardino, monastero di San Ludovico; convento di San Domenico, convento di San Francesco, convento dei Servi di Maria…”. Cogliendo in quella corona di conventi e monasteri, tuttora rintracciabili, un tratto significativo della struttura urbana medievale.

Ieri

È indubbio che a partire dalla fine del XII secolo si assistette, all’interno della città di Orvieto, a un processo di inurbamento dei più importanti Ordini religiosi del tempo. Partendo dalla loro posizione extraurbana – un vero e proprio sistema strategico che andava dalla Badia dei Santi Severio e Martirio dei Premostratensi al convento della Trinità, da quelli di San Lorenzo inter vineas e di San Bernardo fino alle chiese di Santo Spirito e di San Gregorio de sualtoi principali Ordini cercarono posto in città per stabilire un rapporto privilegiato con i rappresentanti del potere laico e religioso, installandosi a guisa di cerchia lungo il perimetro della rupe.

Agli inizi del XIII secolo i siti occupati da comunità religiose sono quelli connessi con le chiese di San Giovenale e San Giovanni, ove vigeva la regola di Sant’Agostino, e della chiesa di San Domenico. Nel corso dei successivi decenni l’operazione di insediamento sulla rocca tufacea si compie con una sorta di spartizione tra i Benedettini e i Francescani che occupano due siti a sud della rupe, in accordo con i Domenicani già presenti e con i Serviti e gli Agostiniani che si stabiliscono nei siti a nord. Questa poderosa opera di inurbamento si conclude, sullo scorcio dello stesso secolo, con l’inserimento di altri monasteri: quello domenicano di San Pietro, presso San Domenico, quello agostiniano di Santa Maria Maddalena, quasi completamente distrutto nel 1452, e quello francescano annesso alla chiesa di Santa Chiara, accanto al quale sarà costruito nella seconda metà del Cinquecento il monastero del Buon Gesù.

La città viene dunque stretta in una sorta di cintura di castità che accerchia l’attenta pianificazione urbanistica del Duecento. Nel secolo successivo si assiste invece a una serie di ristrutturazioni di palazzi e case di privati trasformati in monasteri e ospizi, con un’infiltrazione nel tessuto cittadino, anche a fini economici, che poco si cura degli aspetti urbanistici. È il caso dei Carmelitani, che edificano la chiesa di Santa Maria del Carmine e si estendono alle abitazioni circostanti per costruire l’annesso convento, così come avviene in epoche successive per i monasteri di San Lodovico, San Bernardino e Buon Gesù.

Oggi

L’interesse del visitatore per questo itinerario può coniugare la curiosità per bellezze artistiche e architettoniche meno evidenti, ma sicuramente preziose, con un’attenzione alla spiritualità diffusa che è ancora possibile respirare attraverso il silenzioso contatto con esistenze che, nel cuore della rupe, si dedicano alla preghiera e alla cura amorevole degli altri, o offrono ospitalità turistica all’interno di strutture religiose che conservano le storiche origini e insospettabili tesori.

Il percorso di spiritualità

Chiesa e convento del Carmine

Iniziate il vostro percorso da Piazza Ranieri, punto facilmente raggiungibile dal parcheggio di Campo della Fiera o con le scale mobili o con l’ascensore che si apre nei pressi di San Giovanni. Proprio su Piazza Ranieri si affaccia l’ex chiesa del Carmine, edificata con l’annesso convento, a partire dal 1308, dall’ultimo Ordine mendicante giunto sulla rupe, quello dei Carmelitani. La struttura fu eretta modificando l’originaria Loggia dei Mercanti, che in epoca medievale doveva costituire un luogo d’incontro coperto, fulcro dei commerci e degli interessi economici e politici della città. Di tale Loggia oggi non si trova traccia se non nel toponimo della via, per l’appunto Via Loggia de’ Mercanti, e in alcune porte e volte di quelli che dovevano essere i fondachi.

Nel corso dei secoli, un iter tormentato di ampliamenti e adattamenti della struttura del Carmine si concluse nel 1820 con la trasformazione del convento nell’Orfanotrofio Pianzolano, successivamente chiuso. In seguito l’edificio fu destinato a deposito comunale, fino al restauro degli anni ’80 del Novecento che ha salvato gli ambienti della chiesa e di alcuni locali attigui. Sono stati così restituiti alla fruizione parte degli affreschi che decoravano le pareti, raffiguranti Santi Carmelitani e alcuni episodi della vita della Vergine, tra cui lo Sposalizio attribuito ad Angelo Righi. Trasformata a sala polifunzionale per attività teatrali e culturali, l’attuale Sala del Carmine presenta l’ingresso principale su Via Loggia de’ Mercanti, con un imponente portale a lunetta in cui figura un affresco cinquecentesco.

Su Piazza Ranieri si affaccia anche il poderoso palazzo appartenuto alla famiglia dei Piccolomini, oggi trasformato in elegante hotel, che mostra la stratificazione di diverse epoche: dall’età etrusca al XVI secolo, testimoniato dalla raffinata facciata.

Chiesa e monastero di San Lodovico

Sulla stessa piazza, proprio davanti all’uscita delle scale mobili, si impone all’attenzione il complesso monastico di San Lodovico, che sul retro si affaccia sulla rupe dominando la vallata. Alcune fonti ne attestano la costruzione durante la seconda metà del 1200, all’arrivo in città dell’Ordine francescano, ma il primo documento ufficiale risale al 1327: si tratta di una richiesta da parte delle Monache Clarisse di un’elemosina annua e di un cero votivo per la festa del Santo “capituli et conventus monasterii S. Ludovico de Urbevetere”. E la storia della struttura continua a intrecciarsi con quella delle Clarisse che nel 1436 il vescovo Francesco Monaldeschi condusse dentro le mura di San Lodovico dal convento periferico di San Lorenzo in vineis, dove si trovavano dal 1228.

Il monastero fu eretto sotto il nome di S. Ludovico Vescovo di Tolosa che, pur essendo erede al trono, volle vestire l’abito di San Francesco. Dopo alterne vicende, dal 1834 qui si sono insediate le Suore della “Compagnia di Maria Nostra Signora”, Ordine dedito all’educazione e all’istruzione fondato nel 1607 a Bordeaux da Santa Giovanna de Lestonnac. L’Istituto, che in passato ha educato numerose generazioni di Maestre, si è trasformato oggi in un’accogliente struttura ricettiva per soggiorni, incontri di preghiera e convegni. Conserva nel piano nobile un grande salone e nell’antico teatro soffitti a cassettoni con fregi dorati. Affreschi trecenteschi e quattrocenteschi impreziosiscono gli ambienti a piano terra; nella sala del refettorio si conserva una particolare Annunciazione, dove è rappresentato un angelo stempiato raffigurante il committente.

Se vi capitasse, suonando il campanello, di incontrare la dinamica madre superiora, potreste disporre di una colta e preziosa guida per visitare il convento, con il bel giardino, il cortile porticato e l’annessa chiesa settecentesca, dove due preziosi dipinti testimoniano l’origine più antica: su un altare laterale una tempera su tela di Andrea di Giovanni, datata 1410, rappresenta Gli Innocenti che adorano Gesù Bambino nella gloria del Paradiso, mentre sull’altare maggiore un’opera di Girolamo Nebbia, firmata e datata 1636, raffigura San Ludovico Vescovo.

Una corona di conventi e monasteri, tuttora rintracciabili,
rappresenta un tratto significativo
della struttura urbana medievale della città.

Chiesa e convento del Buon Gesù, monastero di Santa Chiara

Da Piazza Ranieri raggiungete Via Garibaldi, girate a destra e prendete Via Alberici fino ad arrivare a Piazza Clementini. Siete a una tappa fondamentale del circuito francescano che occupava questo versante della rupe e che, quasi senza soluzione di continuità, giungeva nell’attuale Piazza Febei, dove si innalzano la chiesa e l’ex convento di San Francesco.

Stiamo parlando del monastero delle Clarisse (XV-XVI sec.) e dell’annessa chiesa del Buon Gesù, eretta tra il 1618 e il 1637: la facciata prospetta sulla via, ma si entra dall’accesso laterale che si trova sulla piazza. La realizzazione della struttura fu possibile grazie all’assenso di papa Paolo V e alla ricca eredità di Muzio Cappelletti, cittadino orvietano originario di Allerona divenuto mercante veneziano, di cui si trova traccia nel toponimo della via e in una lapide posta nella chiesa (entrando a destra). L’interno barocco, a pianta rettangolare con rientranze che ospitano gli altari, è rivestito di stucchi del 1660 eseguiti a spese di Suor Ippolita Simoncelli. Sopra l’altare maggiore spicca un affresco denominato Madonna del morto vivo (XV sec.), staccato nel 1572 da un muro fuori Porta Maggiore e trasportato nell’oratorio delle suore con una solenne processione religiosa in quanto ritenuto miracoloso. Quest’immagine di Madonna con Bambino è così chiamata, infatti, poiché fu invocata in punto di morte dal cardinale Girolamo Simoncelli, che ottenne la guarigione. Segnaliamo anche una tela di Vincenzo Pontani risalente al secolo scorso e alcuni affreschi di Salvi Castellucci sopra l’altare maggiore (Storie di Maria e di Cristo, 1647). Nel luogo si conserva anche un quadro di Girolamo Nebbia, raffigurante Santa Chiara che riceve l’abito da San Francesco nella chiesa della Porziuncola: trasportato a Parigi in età napoleonica e restituito dopo la Restaurazione, è stato posto dalle suore nel Coro della clausura del monastero.

Se la vostra curiosità vi porterà a sospingere la porta d’ingresso alla chiesa e l’orario coinciderà con uno dei tanti momenti di preghiera, magari con i Vespri pomeridiani o con la messa domenicale (di solito celebrata alle ore 12), vi troverete a poter godere, in una sorta di sospensione del tempo, uno squarcio di autentica spiritualità. Nella bella e raccolta chiesa, il recinto semiaperto che separa il presbiterio dallo spazio destinato ai fedeli permette di individuare la vitale comunità delle suore, e di ascoltare e partecipare a una liturgia cantata di particolare elevazione e bellezza accompagnata dagli strumenti che le suore stesse suonano.
Nel monastero vengono frequentemente ospitate comunità di giovani, predicatori francescani provenienti dalla Terra Santa, persone che si fermano per momenti di ritiro nella piccola e accogliente foresteria, frutto di recenti lavori di restauro. In questo modo le Clarisse del Buon Gesù, insieme alle altrettanto valide sorelle Urbaniste del monastero di San Bernardino, costituiscono un cuore pulsante nella città, in una sintesi felice tra vita attiva e contemplativa. Oltre alle tradizionali opere di fabbricazione delle ostie, di ricamo e sistemazione della biancheria per la Diocesi, le suore si sono dedicate negli ultimi anni a nuove attività come la pittura di icone e la decorazione di candele, pur mettendo sempre al centro l’ascolto e la preghiera per tutti coloro che, credenti e non, si affacciano a confidare affanni e a cercare la via di una spiritualità sommersa e desiderata.

La storia di questo monastero di Clarisse è piuttosto complessa. Accanto al preesistente complesso monastico di Santa Chiara, infatti, tra il 1499 e il 1520 fu innalzata, grazie alla donazione dell’orvietano Innocenzo Petrucci, una nuova fabbrica. L’edificio si allargò nel tempo inglobando costruzioni e terreni, compresa la piccola chiesa di Sant’Onofrio donata dal cardinal Aldobrandini nel 1633, così da occupare man mano tutto il lato della via fino a Santa Chiara. I due monasteri confinanti si riunivano spesso insieme, fin quando, durante il periodo napoleonico, l’Ordine fu soppresso e le loro sorti si diversificarono.

Le monache del Buon Gesù poterono riacquistare gli immobili e il monastero, con la sua posizione dominante sulla vallata a sud ovest della rupe, sopravvisse e subì diverse ristrutturazioni, fino a quella decisiva degli anni ’90 nell’ambito delle leggi regionali post-sismiche. I locali del vicino convento di Santa Chiara, che con la relativa chiesa affacciano sull’omonima piazza, nel tempo divennero invece di proprietà comunale e furono destinati a usi prevalentemente scolastici; tuttora sono sede dell’Istituto Professionale Statale per l’Industria e l’Artigianato, che oggi vanta anche una valida sezione di Istituto Alberghiero.

Chiesa di San Lorenzo de’ Arari

Sulla Piazza di Santa Chiara non trascurate di visitare quel piccolo gioiello del Romanico di antiche origini costituito dalla chiesa di San Lorenzo de’ Arari. Esisteva come chiesa parrocchiale già nel 1028, al tempo del Vescovo Sigifredo, ma si suppone che si trovasse qualche decina di metri più avanti, finché i frati minori della vicina chiesa di San Francesco, disturbati dai canti e dal suono delle campane, nel 1291 ne ottennero dal Papa la demolizione e la ricostruzione nelle stesse forme a cento metri distanza. Oggi la vediamo nel restauro ottimamente condotto nei primi del Novecento dall’architetto Paolo Zampi, che curò anche il ripristino del pregevole ciborio in pietra sull’ara etrusca proveniente da un recinto sacro, ara a cui si fa appunto risalire la curiosa denominazione “de’ arari”.

La semplice facciata presenta un portale quattrocentesco, con una lunetta affrescata rappresentante una Madonna con Bambino e Santi della scuola del Signorelli. Il suggestivo interno è a tre navate, scandite da grandi colonne romaniche che sorreggono archi a tutto sesto. Le pareti dovevano essere completamente ricoperte di affreschi del XIV e XV secolo, oggi ne possiamo ammirare solo alcuni che rappresentano episodi della vita di San Lorenzo e il suo Martirio sulle colonne. Nell’abside si notano un grande Cristo benedicente in trono e i santi Lorenzo, Maria, Giovanni e Francesco.

Chiesa e monastero di San Bernardino

Proseguendo lungo l’anello dei monasteri, dopo aver attraversato la Piazza del Duomo prendete la Via Soliana. Lungo questa direttrice, un tempo disseminata di orti e abitata nel Medioevo soprattutto dai Ghibellini della famiglia Filippeschi, si dispongono il monastero e la chiesa di San Bernardino, dove le suore Clarisse Urbaniste custodiscono uno spazio di silenzio, canti e preghiera al pari delle consorelle del Buon Gesù e offrono un luogo di incontro per comunità e singoli, protette dalle loro grate ma intimamente legate alla città. La chiesa, di pianta ottagonale, fu eretta nel 1666 proprio a ridosso di un antichissimo accesso alla città, la porta di Santa Maria, riportata alla luce durante i lavori che hanno permesso l’apertura del percorso pedonale che costeggia le pendici della rupe.

Pur se “a caccia” di monasteri non trascurate di osservare, lungo Via Soliana, l’imponente palazzo Buzi, oggi Villa Mercede, che eretto intorno al 1580 in stile tardo manierista e ispirato alle concezioni del Sangallo e del Sanmicheli è opera dell’architetto e scultore orvietano Ippolito Scalza. L’interno è riccamente decorato con affreschi di Cesare Nebbia, Giovan Battista Lombardelli e Mariano Piervittori. Oggi è una casa religiosa di ospitalità gestita dai Padri Mercedari, appartenenti all’Ordine religioso della Mercede fondato nel 1218 dallo spagnolo Pietro Nolasco.

A Piazza Marconi anche il cinquecentesco palazzo Crispo Marsciano merita la vostra attenzione: a lato dell’elegante edificio disegnato da Antonio da Sangallo il Giovane, oggi sede della Guardia di Finanza, si trova l’entrata principale all’anello del PAAO (Parco archeologico e ambientale dell’Orvietano), a cui vi consigliamo di dedicare un altro itinerario.

 

Chiesa e convento di San Francesco

Proseguendo lungo questo percorso francescano giungerete, a pochi metri, a Piazza Febei, luogo di grande interesse artistico e culturale che gli orvietani chiamano, comunemente, anche “Piazza San Francesco”. Lo slargo deve il suo nome all’illustre patrizio Francesco Maria Febei, arcivescovo e scrittore del 1600 che a Orvieto aprì le porte dell’allora Palazzo Febei (oggi Palazzo Coelli, secondo il nome del primo committente) alle riunioni dell’Accademia dei Risvegliati. Su questa piazza, che una lapide danneggiata posta all’imbocco di Via Lorenzo Maitani indica come il punto più alto di Orvieto (NEL PIU ALTO D’URVIETU IO STO), si ergono l’elegante Palazzo Coelli, prestigiosa sede della Fondazione Cassa di Risparmio di Orvieto, e il magnifico insieme della chiesa e dell’ex convento di San Francesco, dal 2009 sede della Nuova Biblioteca Pubblica “Luigi Fumi”, dopo uno stupefacente restauro che ha restituito alla città un luogo storico di eccezionali potenzialità.

I Francescani, presenti a Orvieto fin dai primi anni del Duecento, vollero edificare nella città questo imponente complesso realizzando, oltre al convento, l’alta e slanciata chiesa di San Francesco. Fondata probabilmente nel 1240 nel luogo dove insistevano l’antica Santa Maria della Pulzella e l’attiguo convento dei monaci Benedettini, fu ampliata nel 1262 per volere di San Bonaventura e fu consacrata nel 1266 da Clemente IV. Nel Medioevo la chiesa fu testimone di eventi importanti, quali il funerale di Enrico d’Inghilterra e la canonizzazione di Luigi IX di Francia da parte di Bonifacio VIII. La facciata conserva l’originaria forma duecentesca, con i tre portali ogivali tra cui spicca per eleganza quello centrale.

L’interno, di successive forme barocche, presenta un’unica ampia navata e un’abside a forma semicilindrica decorata con dipinti attribuiti a Filippo Landini. Il primo rinnovamento della chiesa risale alla metà del Cinquecento, quando su progetto di Ippolito Scalza fu ricostruito anche l’antico chiostro adiacente, mentre l’aspetto odierno dell’edificio si deve al restauro del 1773, avvenuto per impulso di Padre Cagnacci. In questa epoca furono aggiunte le cappelle laterali, fu innalzata l’originale cupola e l’interno fu foderato con un sobrio e candido barocco. Degli affreschi che coprivano le pareti si è salvata solo una notevole opera di Pietro di Puccio raffigurante tre momenti della vita di San Matteo. Da ammirare inoltre, lungo le pareti della navata, alcuni dipinti del Nebbia e del Gagliardi. Sull’altare era posto un Crocifisso ligneo trecentesco di particolare bellezza attribuito al Maitani, oggi conservato nel Museo dell’Opera del Duomo. Nell’edificio sono sepolti molti orvietani famosi, tra cui Orazio Benincasa, primo capitano della rocca di Perugia, Lattanzio Lattanzi, vescovo di Pistoia, Ippolito Scalza, architetto orvietano, Ambrogio di Massa, uno dei primi discepoli di San Francesco. La chiesa è momentaneamente chiusa, ma si spera di restituirla quanto prima alla fruizione.

Chiesa e monastero di San Paolo

Per proseguire con questo percorso di spiritualità, invece, continuate oltre Piazza Marconi lungo Via Postierla, la naturale prosecuzione di Via Soliana. Seguendo l’andamento della rupe si incontra il muraglione dell’antico monastero di San Paolo, ritenuto il più antico convento orvietano. Fondato dai Benedettini nel 1221, fu abitato dalle monache devote a questo santo sino al 1289, anno dell’insediamento dell’Ordine domenicano. Anticamente l’area era occupata da ben quattro monasteri: Sant’Agnese, San Pancrazio, Santa Cecilia e Santa Caterina. Dopo varie e profonde ristrutturazioni, nel XIX secolo il monastero fu quasi interamente ricostruito dal canonico orvietano Faustino Valentini e nel 1864 vi si insediarono le Monache agostiniane Adoratrici del Sacro Cuore di Gesù, che tuttora ne sono proprietarie e lo gestiscono come luogo di ospitalità.

La chiesa, terminata nei primi anni del Seicento, presenta tele commissionate tra il 1570 e il 1580: sull’altare occidentale San Giovanni Battista, Santa Martire e San Girolamo e, sul lato orientale, La Maddalena. Più antico, probabilmente risalente al XIV secolo, è il frammento di affresco sulla parete orientale raffigurante la Vergine in trono con Bambino. Interessante è la decorazione della volta con gli episodi della vita di Paolo di Tarso realizzati da Gian Maria Colombi nel 1617, mentre l’altare maggiore, attribuito a Ippolito Scalza, è stato realizzato nel 1608.

La chiusura dell’anello di santità

Se non siete troppo stanchi, da Via Postierla potete tagliare per qualche traversa verso Corso Cavour, disegnando un anello di spiritualità pressoché concluso e perfetto attraverso la visita di Santo Stefano, Santa Maria dei Servi e San Domenico, arrivando attraverso le vie del centro al complesso di San Giovanni su cui insistono, oltre alla chiesa di San Giovanni Evangelista e all’ex convento dei padri Lateranensi (oggi Palazzo del Gusto), anche la settecentesca chiesa di Santa Maria del Pianto e l’attiguo seicentesco oratorio di San Giovanni Battista dei Disciplinati.

Ultimo consiglio: spaziando di chiesa in chiesa e di monastero in monastero, non dimenticate di curiosare nei giardini e nei privati cortili che, a Orvieto, non mancano mai di riservare scorci suggestivi e aggraziate sorprese.

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