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Piazza Cahen

Dalla Fortezza Albornoz al Tempio del Belvedere

L’area che gravita intorno a Piazza Cahen, a cui si giunge entrando in città da levante, è soprattutto nota per la presenza di quella che, dopo il Duomo, è considerata la seconda “meraviglia” di Orvieto, il Pozzo di San Patrizio. Vi giungerete certamente per visitare il celebre monumento che, sebbene imperdibile ed eccelso, non è tuttavia il solo a meritare attenzione nella zona.

Non tralasciate di fare un giro, una volta che siete lì, all’interno della Fortezza Albornoz e di soffermarvi, prima di varcare l’ingresso agli attuali giardini, sulle antiche e possenti fortificazioni. Potete farlo sporgendovi dal piccolo muro che, situato tra la rocca albornoziana e il Monumento ai Caduti, si affaccia su una ripida strada in discesa, prima selciata e poi sterrata che, con una larga vista sull’Orvieto periferica e sulle colline verso oriente, conduce al romantico rudere della Porta Soliana, detta anche della Rocca o Porta Postierla, per il fatto che, nel primo Medio Evo, vi fu addossato un palazzetto con una piccola porta (postierla). Vi consigliamo di spingervi lungo il sentiero, bypassando la prima entrata fortificata, per arrivare fino all’antico accesso alla città (XIII secolo), caratterizzato da un lato da un’elegante doppia arcata ogivale e, dall’altro, da un arco ribassato. In alto, tra le ogive, si nota ancora la nicchia dove nel 1297 papa Bonifacio VIII fece collocare una sua statua, molto simile a quella che, sul lato occidentale, fece porre su Porta Maggiore. Oggi le due statue sono provvisoriamente conservate al Museo Civico di Palazzo Faina, in Piazza del Duomo. La porta perse la sua funzione di accesso quando, in prossimità, furono costruite la galleria finale e la stazione d’arrivo della funicolare che tuttora conduce alla rupe dalla sottostante stazione ferroviaria. Fu allora che si rese necessaria una risistemazione dell’area e che, per realizzare la moderna opera dell’ingegnere Adolfo Cozza, furono colmati i fossati esterni della Fortezza Albornoz.

I più curiosi potrebbero varcare la Porta Soliana e percorrere il sentiero delle Piagge fino a valle, per poi risalire, concedendosi un’ulteriore esperienza, con la funicolare. Questo piccolo viaggio vi permetterà di osservare la rupe da un lato insolito, meno decantato ma altrettanto suggestivo, sia scendendo lungo l’antico sentiero medievale (quando arrivate al bivio prendete a sinistra), sia salendo lungo le scoscese pendici tufacee su cui arranca la rossa cabina ferrata. Oggi elettrificata, ma all’origine a contrappeso d’acqua, fa la spola tra monte e valle, sia pure con qualche fase d’interruzione, dal 1888.

Anche il Monumento ai Caduti merita un’occhiata. Dalle indubbie forme di primo Novecento, fu inaugurato solennemente da Vittorio Emanuele III il 25 novembre 1928 per ricordare i 500 figli di Orvieto morti nella prima guerra mondiale. È opera dell’orvietano Angelo Cocchieri che, come il multiforme Cozza (non solo ingegnere, ma anche inventore dai molti brevetti, archeologo e scultore), aveva fornito alcuni lavori per l’altare della Patria di Roma.

La Fortezza Albornoz, dove nella tranquillità dei giardini potrete riposarvi un poco o consumare il vostro eventuale pic-nic, fu voluta dal cardinale Egidio Albornoz che, sceso in Italia per restaurare il dominio papale e preparare il ritorno del pontefice da Avignone, aveva conquistato Orvieto, con le sue truppe, nel 1354. L’opera fu sollecitata dallo stesso papa Innocenzo VI e fu molto bene accolta dai capitani e dai vicari del cardinale, che non si sentivano tranquilli senza strutture fortificate. La prima rocca, iniziata nel 1364, fu quasi sicuramente progettata dal Conte Ugolino di Montemarte, architetto militare, coadiuvato dal capitano Giordano del Monte degli Orsini. Si trattava di un possente quadrilatero, isolato da un fossato con due ponti levatoi e completato da un palazzotto contiguo alla porta e da altre strutture fortificate lungo le mura. Fu distrutta nel 1390 nel corso delle lotte intestine alla città e, nel 1450-1452, Antonio da Carpi progettò sul vecchio perimetro una nuova fortezza, ultimata da Bernardo Rossellino. Variamente modificata e riadattata, restò in funzione, come struttura militare, per tutto il Settecento. Caduta in rovina all’inizio dell’Ottocento, la rocca fu abbattuta in gran parte nel 1831. Dell’antica fortezza restano oggi un torrione circolare, la cinta muraria esterna e tre imponenti porte.
Nei giardini interni non mancherete di notare le forme di un anfiteatro che, il 19 giugno 1882, vide la celebrazione delle onoranze funebri per Giuseppe Garibaldi, deceduto pochi giorni prima. Il Generale, che aveva attirato tra le sue fila più di un orvietano, era passato per Orvieto ben due volte. La prima in sordina e da transfuga dopo le vicende della Repubblica Romana, la seconda da vincitore e da eroe, arringando la folla, con un infiammato discorso anticlericale, il 26 agosto 1867 da una finestra di Palazzo Ottaviani. Con lui aveva combattuto anche Adolfo Cozza, il cui passato di garibaldino è ricordato sulla lapide del monumento in Piazza del Popolo. E fu proprio il Cozza a scolpire, in occasione del funebre omaggio, una statua del Generale che appare, al centro dell’anfiteatro, in una foto d’epoca, ma che, forse provvisoria e non adeguatamente rifinita, è andata perduta. Nei pressi dell’anfiteatro, proprio all’estremo limite dei giardini, soffermate la vostra attenzione sulla romantica casetta tra gli alberi in cui vide i natali Luigi Barzini senior, il mitico inviato speciale della Parigi-Pechino.

Altra evidenza da non trascurare, nell’area di Piazza Cahen, il Tempio del Belvedere, a pochi passi dal Pozzo di San Patrizio. I suoi ruderi, scoperti casualmente nel 1828 durante i lavori per la costruzione della vicina strada, furono portati alla luce con scavi successivi nel 1920-1924. Della struttura originaria, che risale probabilmente al V secolo a.C., rimangono solo il basamento, la scalinata d’ingresso, le basi di quattro colonne e alcuni blocchi perimetrali. Immerso nel verde, il luogo è molto suggestivo e, osservando il grande basamento in tufo che sorreggeva le strutture, non vi sarà difficile immaginare la pianta del santuario, con tre celle e pronao con doppia fila di colonne, molto simile a quella del tempio etrusco-italico descritto da Vitruvio nel suo De Architectura. Come fa presupporre un indizio fornito da un’epigrafe dipinta su una coppa, forse nel tempio si venerava Tinia, il probabile Zeus degli Etruschi. Gli scavi del primo Novecento fecero riemergere, oltre ai resti murari, frammenti e terrecotte ornamentali. Potrete ammirarli al Museo Civico di Palazzo Faina dove, oltre a molte antefisse, sono esposte, sempre riconducibili al santuario, una testa di vecchio e una testa di uomo barbuto risalenti, rispettivamente, al IV e al IV-III secolo a.C.

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